Ritratto di città in un interno
Franz Prati
Esule tra Stati
Uniti ed Europa, lo straordinario poeta russo Iosif Brodskij,
negli anni ottanta del secolo scorso, trascorre lunghi periodi a
Venezia cui dedica lintenso ed ammaliante Fondamenta degli
incurabili dove lacuta bellezza della scrittura svela il
carattere più segreto della città.
Lilluminante constatazione che Linsinuazione
come principio ispiratore dellurbanistica è meglio di
qualsiasi planimetria moderna ed è in tono con i canali della
città, docili al volere dellacqua che, come le chiacchiere
che ti inseguono, non finisce mai costituisce il
presupposto che mette in moto una serie di circostanze,
apparentemente casuali, in realtà intrinseche alla natura fluida
del luogo, che consentono al poeta, in una esclusiva occasione
mondana, dinsinuarsi, per così dire, in un sancta
sanctorum veneziano allorché varca per la prima volta la soglia
di un antico e prestigioso palazzo. Scrigno luminoso di una
realtà contingente, tra i meandri della sua labirintica metà
oscura lintrigante edificio cela, preserva e custodisce la
rappresentazione fedele e, per certi aspetti impietosa,
dellopera lenta ed incessante del tempo che, grande
scultore (come aveva intuito Marguerite Yourcenar), plasma e
raffigura dietro alle superfici, il carattere più profondo delle
opere delluomo.
Brodskij, per descrivere come, in quella particolare occasione,
sia riuscito a decrittare e poi a percepire concretamente le
figure emblematiche custodite nella memoria profonda di un luogo
singolare, stratificato ed evanescente come Venezia, fa ricorso
ad un artificio di matrice teatrale, scandito sulla descrizione
di una sequenza di ambienti, vere e proprie stanze della memoria
abitate da intriganti congegni dellinconscio, concepiti sul
registro di un gioco raffinato che sposta limmediatezza
della percezione del reale su di un piano squisitamente
metafisico.
Il nobile proprietario del palazzo, mentre la festa anima i
grandi saloni illuminati, propone al poeta e ai due amici che lo
accompagnano, una visita al resto della casa.
Il deus ex machina si materializza in un piccolo ascensore che,
repentinamente, introduce gli ospiti al cuore più occultato del
grande palazzo.
Nelluscire dalla cabina ci lasciammo alle spalle il
ventesimo, il diciannovesimo e una grossa fetta del diciottesimo
secolo. Ecco, allora, in uno stato di sera
perpetua una lunga galleria costellata di quadri brunastri,
una miniera di porfido in stato di abbandono, che si
conclude nello studiolo o biblioteca particolare, pervaso
dallatmosfera lattiginosa del rivestimento in cuoio bianco
dei volumi antichi che lo rivestono completamente. Una porta,
ricavata nella libreria, immette i visitatori in una successione
di stanze parallela alla galleria precedente ma apparentemente
più lunga. Le stanze, vuote e polverose davano
la
sensazione di inoltrarmi non tanto in una normale prospettiva
quanto in una spirale orizzontale in cui le leggi
del-lottica erano sospese. Ogni stanza ti faceva scomparire
un poco, sempre di più, ti avvicinava di un altro passo alla non
esistenza. Tutto dipendeva da tre cose: i tendaggi, gli specchi e
la polvere. In fine, con un sorprendente colpo di scena, la
sequenza, si conclude nellimmagine inquietante
dellultima stanza, la camera da letto padronale, dove un
gigantesco letto a colonne, sovrastato da un mostruoso
nembo di putti e un piccolo televisore portatile in un
angolo, costituiscono gli unici arredi di una stanza
assolutamente nuda.
Stavo rientrando a Genova, la scorsa estate, dopo una visita
breve (alcune ore di un caldo pomeriggio), ma molto intensa, a
Brescia (la città seducente che non conoscevo, la profonda
bellezza che si sfoglia e si ricompone negli spazi risonanti
dellantico monastero) fatta con lo scopo specifico, dato
che la proposta di scrivere qualche cosa a proposito mi aveva
lusingato, di verificare se un sopraluogo al Museo della Città a
Santa Giulia avesse vinto la mia reticenza consentendomi di dare,
sulla scorta di una suggestione particolare, quella risposta
affermativa che in realtà avevo già maturato, quando mi è
tornata in mente, in un modo del tutto inatteso, quella
divagazione di Brodskij su Venezia che tanto mi aveva affascinato
molti anni prima.
Trovavo una forte connessione, aldilà delle ovvie differenze,
tra la straordinaria sequenza che avevo appena attraversato nelle
sale del museo e il percorso tra i meandri nascosti del palazzo
che il poeta aveva così puntualmente descritto.
Insinuare nella
città esistente la città della memoria allestendo un itinerario
parallelo, giocato sul registro di un apparente spaesamento
cronologico che, in realtà, trasferisce sullo spartito lineare
dei tracciati romani, che attraversano e intercettano i diaframmi
del complesso organismo architettonico del convento, il segno di
una contemporaneità riconquistata, mi sembrava costituire uno
degli aspetti più caratterizzanti ed originali del sapiente
intervento di Giovanni Tortelli e Roberto Frassoni.
Il complesso monastico, riformato da un progetto che restituisce
la complessità del dato contestuale nelle cadenze di una
narrazione sapientemente calibrata, dove memoria e presente
sintegrano nel testo di una catturante messa in scena,
rivela la svariante declinazione dei suoi spazi segreti e
accoglie tra i suoi antichi recinti quellaffascinante parte
di città che non ha e non avrà mai unimmagine compiuta ma
che si ricostituisce e si riconfigura ogni volta che il gioco dei
frammenti che la abitano si ricompone nello straordinario nitore
dellimmagine evocata.
Allestimento come scrittura scenica e preesistenze
architettoniche come sorprendenti contenitori in cui si dipana
lintenso racconto della città, costituiscono i presupposti
per un intervento che, abilmente ancorato ad un principio
ordinatore di grande chiarezza, coniuga i temi del riuso, del
restauro e del-lallestimento, con unipotesi
riformatrice di una parte consistente del contesto urbano.
Una spirale orizzontale sembrava governare la serie
delle stanze nel racconto citato mentre, a proposito del contesto
concreto del museo di Santa Giulia, la suggestione è che la
densità profonda della città si sia, per così dire, ordinata
secondo una serie di strati orizzontali che animano
il piano sequenza ora dilatato e ora compresso, in cui ci
muoviamo, tra gli involucri della città esistente, condotti
dalle tracce della narrazione misurata e classicheggiante che
caratterizza lintervento.
La rappresentazione della città della memoria governa il
progetto mettendo in scena lartificio che salda il fluire
degli spazi interni al sistema dellarea archeologica
circostante che si ricongiunge e sintegra al contesto
complessivo della città del presente. Limpronta stilistica
che connota lintervento in tutte le sue diverse
articolazioni rimanda, sul paradigma dellinterpretazione
della classicità agli apparati scenografici di Craig e di Appia
mentre, sul versante specifico dellallestimento astratto,
rivela evidenti rapporti con lopera di Persico, di Albini e
di Dardi.
La forza ordinatrice del tratto perentorio integra e ricompone il
frammento, per sua natura ermetico ed informale, prediligendo
alla straordinaria lezione scarpiana di Castelvecchio, che sul
reperto e sullincompiuto fonda la ricostituzione della
figura stratificata, lalgido rigore formale del messaggio
albiniano esibito a Genova in SantAgostino.
Pietra di Sarnico per i supporti ed i fondali su cui si
stagliano, sapientemente illuminati, i preziosi reperti
riaffiorati dalle operazioni di scavo, acciaio verniciato
nellelegante tonalità del blu metallico, per le strutture,
le intelaiature, le quinte che scandiscono lo spazio e le
rifiniture dei dettagli, sono i materiali esclusivi su cui si
fonda la costruzione dellaffascinante ingegno costruito da
Tortelli e Frassoni.
Nel laconico involucro che preserva i resti di una parte
importante delle Domus dellOrtaglia, astratta custodia
dallavvolgente atmosfera ipogea, immersa nella
semioscurità magistralmente contrastata, in controluce, dallo
scorcio che si apre verso la cinta muraria, confluiscono, alla
fine della sequenza, i percorsi delle altre sezioni del Museo,
intercettando, in modo davvero spettacolare da una quota elevata,
le tracce sottostanti del tessuto dellantica Brixia,
percepita nella materialità delle sue pitture e dei suoi
preziosi mosaici. Allinterno di questo nuovo edificio,
unico contrappunto alla struttura esistente del monastero,
sintrecciano e si ricompongono, nella palpabile
sovrapposizione delle diverse matrici, i frammenti della memoria
del luogo e linterpretazione del testo originario implicita
nelle forme dellintervento contemporaneo.
La compresenza di questi due elementi suggerisce una riflessione
intorno ad un argomento cruciale che potremmo riportare, con
qualche legittima semplificazione, al tema del rapporto che
sussiste tra vincolo contestuale e progetto, con le conseguenti
questioni intorno alla traduzione e allinterpretazione del
testo su cui si viene ad operare, nel particolare rapporto che
sinstaura tra architettura e archeologia e, come nel caso
dellintervento a Santa Giulia, tra classicità e
contemporaneità.
Il Museo dellArte Romana a Merida realizzato da Rafael
Moneo ormai ventanni or sono, in una temperie ancora
postmoderna dove le forme dellarchitettura del passato si
rispecchiano in quelle del presente, costituisce indubbiamente
unopera fondamentale in relazione alle tematiche appena
esposte, che presenta, pur nelle evidenti differenze sul piano
delle scelte formali, non poche analogie da un punto di vista
squisitamente metodologico, con il lavoro dei progettisti di
Santa Giulia.
Moneo instaura un rapporto molto ravvicinato con il testo su cui
interviene, traducendo in modo magistrale la lezione
del-larchitettura romana nelle forme di una ritrovata
classicità, raggiunta con una procedura progettuale di taglio
fortemente analitico che prima scompone e poi riconduce ad una
nuova formalizzazione i materiali e le tecniche tradizionali (la
misura classica del mattone romano citata ma reinterpretata dal
punto di vista costruttivo).
Un procedimento non molto diverso, dal punto di vista del
rapporto tra classicità e contemporaneità si può rilevare
nellambito della composizione musicale; per esempio, in
modo del tutto evidente, in alcune opere del così detto periodo
neoclassico di Stravinsky ed in particolare nelle musiche per il
balletto Pulcinella del 1920 dove, nella citazione esplicita e
fedele delle arie settecentesche di Pergolesi (una sorta di
riscrittura del testo come nel caso di Moneo) sinsinuano,
nei nodi cruciali della partitura, geniali inserti di coloritura
bandistica, che traducono il settecento napoletano nel linguaggio
inconfondibile dellavanguardia artistica francese dei primi
del novecento.
Anche tra le sale rivisitate di Santa Giulia aleggiano queste
tematiche e la ricerca della misura classica nella progettazione
contemporanea sembra essere uno degli obiettivi privilegiati
dagli autori ma, a mio giudizio, qui interpretata secondo
unangolatura diversa che tende a spostare la ricerca in un
ambito più allargato, dove lapparente contrapposizione tra
edificio e contesto si diluisce nelle articolazioni complesse
dellorganismo urbano.
Facendo ricorso ancora una volta, come nel caso prima ricordato
di Moneo a Merida, ad un riferimento, sempre opportuno e spesso
illuminante, con la composizione musicale, trattando del museo
bresciano, invece di Stravinsky, sembra opportuno citare Gustav
Mahler ed in particolare Das Lied von der Erde scritto dal
maestro viennese nel 1908. In questopera, dove il tema del
fluire del tempo si addensa in momenti di struggente bellezza, il
riferimento testuale, individuato in sei poesie cinesi del XIII
secolo, si diffonde allinterno di una calibratissima
sequenza che, scandita secondo sei diversi movimenti, trova la
sua forma compiuta in una singolare composizione musicale che si
rispecchia nella doppia figura della raccolta di lieder e della
sinfonia.
Tortelli e Frassoni dispongono sulla straordinaria scena
dellarea archeologica dellantica Brixia un congegno
espositivo che, rifuggendo dalla citazione diretta e dalla
decostruzione del testo, instaura un dialogo intenso con la
memoria del luogo e ricompone la declinazione complessa degli
spazi museali, integrando, sul registro di una partitura
sostanzialmente unitaria, lalchimia dei frammenti ritrovati
con laffascinante scansione degli spazi e delle volumetrie
stratificate che li contengono, trasferendo la loro
riverberazione nel contesto mutevole della città contemporanea.