Introduzione

di Valeria Minucciani

 

 

Traendo spunto dall’omonimo convegno svoltosi presso le Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino nel dicembre del 2003, questo libro intende esplorare il travalicamento, avviato ormai su tutti i fronti, del museo nei confronti dei suoi confini tradizionali.

Fattosi trasformista e sfuggente, lo ritroviamo ora sottoforma di parco museale, ora come museo diffuso; ora ecomuseo ora museo all’aperto; ma anche museo del territorio e città museo.

All’alba del terzo millennio il museo resta soggetto autorevole e riferimento d’obbligo nell’ambito del sistema cultura: ma paga spesso un caro prezzo alla cosiddetta “industria dell’intrattenimento”, quando non si sottrae ai meccanismi di uno star system (che siano curatori o artisti) né alle lusinghe di un sistema comunicativo alla continua ricerca di eventi mediatici da consumare.

La stessa proliferazione di mostre temporanee, attività che sempre più spesso prende il sopravvento rispetto al settore dell’esposizione permanente, nonostante innegabili meriti su diversi fronti rischia di favorire un rapido consumo che mal si concilia con la metabolizzazione lenta che ogni processo di apprendimento e di approfondimento culturale richiede.

La mostra diventa un evento che non si può perdere (la conferma di una sorta di status symbol) e la stessa esposizione permanente in realtà non è mai uguale a se stessa: il pubblico deve tornare, e per farlo tornare ci si sforza di non fargli vedere due volte la stessa cosa. Invece la visita a un museo dovrebbe essere anche quello, il vedere e il rivedere, il tornare sul luogo dopo aver introitato e sedimentato.

 

In questo contesto di riferimento, Mario Federico Roggero si interroga su quanto veramente sia efficace la comunicazione museale: al di là delle sovrastrutture, delle tendenze, dei facili entusiasmi. Sottolineando i pericoli del “nemico numero uno”, la noia, invita i progettisti a un diverso atteggiamento a partire dal recupero delle radici disciplinari della museologia e della museografia.

Gli altri autori danno poi interpretazioni diverse dell’“uscita” del museo da se stesso, mettendone ognuno in evidenza una particolare manifestazione o tendenza.

Marco Vaudetti sottolinea la forma specifica del centro visita, vera mediazione tra il pubblico e l’accesso diretto al patrimonio che, in questo caso, è un luogo naturale. La comunicazione ha caratteri a tutti gli effetti museali, perché mette in condizione il visitatore di sapere ciò che gli servirà per apprezzare e comprendere la “vera” visita, ma la collezione non sta dentro al museo.

Laura Sasso, a partire dal concetto di “città museo”, allude a un corposo filone di ricerca che vede nei paesaggi veri e propri “archivi di se stessi”: pertanto patrimoni da conservare, interpretare, documentare per comprendere.

Elisa Baima e Giulia Zilioli, con riferimento a realizzazioni recenti e di grande effetto, illustrano la nuova generazione del museo naturalistico come riproposizione di interi habitat naturali la cui comunicazione ha una fortissima valenza educativa e formativa.

Maria Clara Ruggieri Tricoli indaga, a partire dal caso studio della Plimoth Plantation, nel Massachusetts, un filone della museografia americana che fa del museo vera e propria “macchina mitologica”: e ne trae gli spunti per riflettere sulla cosiddetta “ereditologia”, sul compito della storia, sui caratteri della comunicazione, sul ruolo stesso del visitatore.

Raffaella Rava propone la lettura dei musei diffusi di arte sacra, evidenziando la difficoltà di un controllo che non ricorra allo sradicamento delle raccolte ma anche i valori aggiunti di una gestione coordinata.

Luca Basso Peressut evidenzia, tramite l’illustrazione di una serie di sperimentazioni progettuali connesse alla didattica, i diversi livelli dell’analisi e della progettazione di cui abbisogna un vero museo del territorio.

Claudio Multari accenna a un settore di estremo interesse, l’innovazione tecnica nel campo delle infotecnologie, in grado di incidere pesantemente sui caratteri della comunicazione museale: al di là delle pur interessanti applicazioni già messe in atto da qualche tempo.

Alessandra Morra ribalta la chiave di lettura, parlando nella duplice veste di artista e di allestitore. Dal suo scritto emerge, in filigrana, il multiforme carattere della comunicazione museale: multisensoriale, soggettiva, sfaccettata. Il difficile equilibrio fra progettista dell’allestimento e artista installatore delle proprie opere, ma anche la speciale sensibilità che può germinare da una vera interazione tra i due ruoli.

Io ritengo importante evidenziare come proprio l’ospite prediletto del museo, l’arte, ne sia stato l’irriconoscente dissacratore. Come i fondamenti stessi dell’istituzione ne siano stati e ne siano fortemente scossi e come per talune manifestazioni artistiche il museo “tradizionale” sia di fatto del tutto inadeguato se non impossibile.

 

Resta soltanto sullo sfondo, in questo panorama, il fenomeno pur decisamente consistente sotto ogni punto di vista dell’ecomuseo: figlio della nouvelle muséologie, esprime la consapevolezza che il museo può essere insostituibile strumento non soltanto per capire ciò che è altro da noi, ma anche e soprattutto per capire noi stessi e le nostre radici. Parte dal presupposto che tali fondamenti culturali stiano in un insieme inscindibile di tecniche dell’uomo e caratteri del paesaggio naturale, di consuetudini sociali e di eventi storici. In questo caso il museo è davvero lontano dall’essere luogo di contemplazione estetica, “luogo delle muse”. Non è più rivolto all’esterno, ma all’interno della comunità; non custodisce il passato per preservarlo dall’oblio, ma in realtà cerca in esso il futuro.

Di ecomusei, però, si è in questi anni parlato tanto, forse troppo. Ne sono sorti a decine, a centinaia, e hanno presto dovuto fare i conti con risorse pressoché inesistenti e con un pubblico estremamente ridotto. Al momento stanno mostrando un po’ la corda, mentre quelli dell’ultima generazione sono ancora in fieri e sarebbe prematuro cercare di valutarne i frutti. Sembra di poter affermare che la tendenza è diretta a una diversificazione all’insegna del coordinamento, alla ricerca di ecosistemi di più vasta portata e di bacini di interesse più ampi. Occorre dare tempo a questa evoluzione.

Il museo si contende il tempo libero del pubblico con altri specialisti dell’intrattenimento: frastornati e blanditi, al museo i visitatori chiedono qualche cosa in più. Desiderano capire, colmare lacune, fors’anche placare sensi di colpa. Il museo, da questo punto di vista, ha perduto le proprie sicurezze e infine ha rinunciato a ricapitolare e a fornire risposte alle domande del pubblico, diventando esso stesso soggetto interrogante.

Ma noi sappiamo bene che la vera attività progettante nasce proprio dalla capacità di formulare domande, e dal coraggio critico di selezionare quelle che possono - e che debbono - essere poste.