La continuità e lo specchio
Progettare architetture e paesaggi fluviali


Per i paesaggi fluviali: percezioni, modelli culturali, strategie e verifiche progettuali.
I temi dei due Convegni novembre 2004 - febbraio 2005

Marisa Maffioli


 

Avvicinare il tema del paesaggio fluviale al tema dei processi di crescita della città metropolitana individua questioni e relazioni da riconoscere, valutare e spesso da ristabilire. Questioni evidentemente complesse, ma meglio affrontabili se viste entro un quadro di riferimento che, come oggi si concorda, indica il paesaggio fluviale come una risorsa importante per il territorio urbanizzato.

L’attenzione al paesaggio fluviale è infatti oggi più presente a tutti coloro che, da diversi punti di vista, si impegnano a trovare nuovi rapporti tra natura e città. Tra questi, insieme con gli ingegneri idraulici e i naturalisti, ovviamente gli architetti e gli architetti del paesaggio, in quanto interpreti del desiderio diffuso di una migliore abitabilità urbana.

Molte voci quindi dovrebbero intervenire perché nel progetto paesistico possa realizzarsi questa nuova interazione tra diverse professionalità. E qui di seguito presentiamo gli atti di due Convegni che, come appena indicato da Laura Sasso, hanno completato la ricerca sulle architetture urbane delle sponde fluviali.

Con questi incontri si è scelto di proporre alcuni riferimenti e confronti, relativi ad interessanti e recenti realizzazioni, e più vicini ai temi problematici che incontriamo anche nella nostra area metropolitana torinese.

Riferimenti e confronti da leggersi insieme ai modelli ed agli atteggiamenti culturali che li informano, come pure ai contesti di operatività che rendono possibile (o meno) ricerca, progetto e soluzioni paesistiche.

I riferimenti riguardano significative documentazioni e rilevamenti, mentre i confronti proposti possono essere letti all’interno di una mappa estesa di situazioni, luoghi e città (italiane, europee, nordamericane) alla quale possiamo far corrispondere, caso per caso, un insieme di strategie, progetti e interventi realizzati. Tra questi ultimi, sono rilevanti, come riscontro, quei progetti paesistici che sono in relazione con esigenze di sicurezza idraulica. Infatti, le sistemazioni idrauliche del corso d’acqua e le utilizzazioni agricole, solitamente presenti nelle fasce fluviali, possono, se risolte con una progettazione integrata, rispondere della riqualificazione dei paesaggi fluviali, anche nell’area metropolitana.

Londra, Vienna e Parma indicano esempi significativi anche per quanto potrebbe essere realizzato a Torino.

 

Nel dialogo avviato con Ippolito Pizzetti ricorre, tra nostalgie, critiche e ipotesi futuribili, un richiamo forte ed esplicito alla necessità di orizzonti culturali ben fondati e condivisi e a quella capacità di elaborare nuove “visioni” come condizioni preprogettuali.

E dobbiamo riconoscere che su queste condizioni dobbiamo continuare ad interrogarci, anche se indicare oggi quel rapporto tra natura e cultura sembra riportarci a una questione dai contorni incerti e fragili.

Ma se pensiamo, con Descartes, che “pour résoudre un problème il faut le considerer déjà résolu”, ritroviamo in questo “ottimismo di progetto” proprio il filo che lega anche i contributi illustrati in questi incontri. Non sempre e non solo intenzioni progettuali, ma anche situazioni realizzate, dove non è difficile scorgere motivazioni accomunanti anche quando condizioni e strategie sono diverse.

Non a caso, lungo il Tevere, lungo il Thames e lungo la Loire, possiamo rintracciare un comune atteggiamento progettuale che, molto attento alla percezione dei luoghi, ai loro echi storici, si orienta ad una restituzione dei valori riconosciuti nella realtà sociale del presente storico.

 

Sofia Varoli Piazza, per un frammento del paesaggio del Tevere nell’area metropolitana romana, ci restituisce il senso di un luogo dove si intrecciano mitologia e natura, intensificando l’occasione specifica della rappresentazione teatrale allestita all’aperto.

Per il Tevere forse è insostenibile la realizzabilità di quel disegno generale indicato da Pizzetti per la riconquista del fiume alla città (che rinvia alla discussa sua appartenenza o esclusione, variamente valutata p.es. da Zevi e d’Onofrio), ma rimane invece fondamentale il valore orientativo di una possibile proposta capace della ricomprensione sintetica della struttura paesistica del fiume e della sua valle, seguendo la dinamica che ha modellato la morfologia del territorio - dai rilievi vulcanici al mare, attraverso la città e la campagna romana: come afferma Barbara Latilla collocando, nella sua storia geologica, l’area Tevere-Ostiense.

Prende forma da questa comprensione del luogo, del suo fascino residuale nella periferia romana, l’intuizione progettuale di Anna Rita Petrungaro e Giuseppe Fanciullo impegnati a risolvere con uno nuovo spazio scenico l’impatto di un tracciato stradale previsto lungo la sponda arginata del fiume, che ne minaccia il rapporto con la città, vanificando così la reinvenzione del luogo come paesaggio pensato per l’attività suggestiva del teatro all’aperto.

Una situazione puntuale, dunque, questa lungo il Tevere, riscattata progettualmente ed interessante proprio perché sostenuta da una sensibile interpretazione paesistica d’insieme e dettata da un atteggiamento che sa tradursi in quella attenzione al quotidiano in cui un critico come Françoise Choay indica per l’oggi la possibilità dell’utopia.

 

A Londra, il progetto di rivalutazione del fiume, attraverso la “Thames Landscape Strategy “impostata negli anni ’90, è stato sviluppato in altre condizioni, entro una cultura del fiume molto più politicamente condivisa, che ha sostenuto un piano globale di restauro paesistico per tutta la fascia fluviale, ai margini della città, da Hampton a Kew.

Marco Battaggia ci presenta questo progetto elaborato con il gruppo di Kim Wilkie, avviato da una forte attenzione alla qualità visiva del paesaggio così come può essere colta lungo i percorsi di sponda, con realtà ritrovate nella costruzione storica di questo paesaggio così rilevante.

Il progetto è stato sviluppato rendendo convergenti interessi diversi, dalla sistemazione idraulica elaborata come sistemazione paesistica, alle richieste d’uso ed alle esigenze di conservazione, attivando le collaborazioni delle molte associazioni presenti lungo il fiume.

È proprio questa corrispondenza tra interessi locali riconosciuti e politiche di conservazione la dimensione che meglio rende possibile la tutela del paesaggio del fiume, garantendone in tal modo anche una gestione efficace e significativa per le comunità locali.

 

L’esperienza che - con il lavoro del “Conservatoire des rives de la Loire et ses affluents” - è stata condotta per il tratto conclusivo della vallata del fiume, verso Nantes e la foce, ci viene descritta da Nicole Le Nevez. Questo paesaggio fluviale diversificato, che vive della realtà produttiva (soprattutto allevamenti) della regione agricola, è il paesaggio di una comunità che ha saputo convincerci, affrontando anche oggi gli effetti frequentemente negativi delle inondazioni.

L’atteggiamento di chi ha responsabilità della conservazione e della gestione di questo paesaggio ci pare allora un atteggiamento di chi conoscendo questa realtà vuole condividere questa conoscenza con gli abitanti, come garanzia e tramite di una rinsaldata interazione anche affettiva.

 

Paola Pierotti sottolinea invece l’importanza della concertazione politico-economica, risolutiva in alcuni importanti processi di riqualificazione dei fronti fluviali, che può permettere di affrontare e riscattare situazioni locali di degrado urbano e produttivo, avviando soluzioni di rilancio economico che realizzano paesaggi post-industriali totalmente rinnovati.

Tra altre suggestioni, sulle quali interrogarci, Valeria Minucciani annota il valore della soggettività interpretativa del contesto in cui si opera, in termini di contemporaneità e di adattabilità alle trasformazioni.

Mentre il video di Antonio Rovaldi “le spiagge bianche” proiettato al Convegno, ha suggerito e trasmesso l’emozione di uno sguardo consapevole e affascinato dal paesaggio seguito nelle sequenze di luce di un intero giorno, dall’alba alla notte, che mescolano naturalità e artificialità del sito industriale di Rosignano-Solvay sulla costa tirrenica.

 

Un altro gruppo di interventi offre riferimenti di documentazione e di ricerca sul tema del rapporto tra rive d’acqua - di mare, di lago, di fiume - e fronti costruiti, in interfacce anche complesse dal punto di vista paesistico e della costruzione architettonica; certo interessanti da seguire, sia nelle linee di formazione storica, sia per quanto riguarda realizzazioni recenti o proiezioni progettuali.

La geografia di una costa come quella tirreno-calabrese, nelle province di Vibo Valentia, Reggio Calabria e Palmi, si presenta solcata dai tratti torrentizi di fiumare che scendono al mare: un modo di studiare questi paesaggi ci viene presentato da Claudio Roseti con le sperimentazioni di laurea di tre suoi studenti che hanno indagato e affrontato progettualmente questo tema e anche siti difficili e problematici, come i porti di Vibo Valentia e di Gioia Tauro.

Renata Lodari ci ha segnalato invece degli esiti di una impegnativa indagine sulla costruzione del paesaggio delle rive del Lago Maggiore, dando con continuità attuazione, anche attraverso l’“Archivio delle ville e dei giardini” ad una intuizione di Antonio Massara che già all’inizio del secolo aveva saputo indicare e sostenere questo interesse con la creazione del Museo del Paesaggio a Verbania.

Mentre Anna Gilibert spiega come si possa ancora intervenire a ricostruire, con il progetto d’architettura, il paesaggio delle sponde del lago, illustrando la esemplarità di una realizzazione: la casa-studio di Pietro Carmine a Cannero Riviera.

 

Un panorama interessante di esperienze realizzate e di progetti di riqualificazione dei fronti fluviali e marittimi di molte città europee, è quello tracciato da Marta Moretti. Si ha così una chiara indicazione delle finalità e dell’attività di documentazione del Centro Internazionale Città d’Acqua, avviato a Venezia nel’89 e presente con molta evidenza alla Biennale di Venezia dello scorso anno. Molto proiettato su scenari di sviluppo futuri, entro le dimensioni internazionali di un fenomeno di rinnovata rivalutazione del waterfront (che è tema che appartiene ad un rapporto tra natura e città) - ripropone anche una riflessione sul senso di appartenenza (o di esclusione) del fiume alla città, entro variabiliti culturali legate alla storia e all’economia della città, e spesso propulsiva per un suo rilancio.

 

Osserverei inoltre con interesse quel “cluster” di situazioni centrato sui temi del paesaggio d’acqua che si è venuto a formare proprio nell’area veneziana: dove è nota e rilevante l’azione della Fondazione Benetton Studi Ricerche a Treviso, quella dello IUAV e di altri dipartimenti dell’Università di Venezia e di Ferrara, dove è presente a Mogliano (Treviso) il Centro Internazionale per la Civiltà dell’Acqua ‘immaginato come medium tra conoscenze specialistiche e loro divulgazione in larghi strati della società’, ed ancora, a Mestre, il Centro Italiano per la riqualificazione fluviale, impegnato nella promozione di una progettualità sostenibile per gli ambiti fluviali, già ben attivata in altri paesi.

Si è voluto indirettamente sottolineare attraverso i contributi presentati ai due Convegni anche l’interesse di una documentazione specifica per sviluppare la ricerca sui paesaggi fluviali progettati, a dimensioni locali, nazionali e internazionali da connettere tra loro - pensando così ad un dialogo necessario con “il bibliotecario appassionato” sulla desiderabilità di un nucleo documentario tematico. Come avvio a livello locale, Alberta Zanella e Benedetta Desantis, Mauro Beltramone e Paola Sartori tracciano un quadro delle risorse esistenti presso il Sistema bibliotecario del Politecnico di Torino e presso il Centro di documentazione sulle aree protette della Regione Piemonte.

Per avviare un confronto con alcune esperienze che incardinano le trasformazioni territoriali nella pianificazione paesistica  abbiamo scelto due situazioni americane; la regione di Austin e San Antonio nel “green heart” del Texas e Clemson nel South Caroline - che evidentemente sono localizzazioni geograficamente lontane. Distanze che però diminuiscono sul piano dei riferimenti culturali quando consideriamo (conoscendo anche la sua ricerca per Costruire il paesaggio 1) il metodo con cui Frederik Steiner disegna e discute gli scenari di sviluppo per la prima area metropolitana molto attrattiva anche per la qualità ambientale e paesistica da salvaguardare con strategie di piano in elaborazione continuativa e partecipata, che qui implicano anche il finanziamento dell’acquisizione di aree ancora libere.

Misuriamo invece distanze maggiori, da colmare nel futuro, quando Janice Cervelli Schach ci dice del Centro di ricerca recentemente istituito alla Università di Clemson (nel South Caroline), della sue linee di impostazione e di azione, dettate da una forte volontà di scambio interdisciplinare e per una responsabile risposta ai problemi di sviluppo. Infatti, quella che viene chiamata “restoration economy” configura una nuova area di ricerca integrata, con una ampia visione reinterpretativa della conservazione e della trasformazione delle risorse esistenti, che impegna l’Università anche relativamente alla qualità paesistico-ambientale.

 

I confronti con queste esperienze americane sono quindi da avvicinare con le necessarie mediazioni proprio per quanto riguarda il rapporto Università e politiche del territorio.

Da questo punto di vista, è interessante segnalare quanto può aver influito sull’impostazione del Piano per il Parco metropolitano per l’Arno, che si sta ora attuando, il lungo lavoro per la pianificazione del paesaggio svolto nell’Università di Firenze da Biagio Guccione che coordina questo progetto, accanto a quello di colleghi molto noti, come Mariella Zoppi, Guido Ferrara e Giuliana Campioni, Rita Micarelli e Giorgio Pizziolo.

Questa esperienza fiorentina può essere indicata infatti come una realtà in cui si riassumono percorsi culturali avviati da tempo, convergendo in una politica del territorio che dal 2000, con l’Ufficio Tematico e di progetto Sistema dei parchi urbani e metropolitani, può raggiungere livelli di operatività più incisivi (in parte raccogliendo proposte suggestive altrimenti sostenute) 2.

 

Le intuizioni urbanistiche che a Torino avevano già portato, a metà degli anni ’60, a disegnare il sistema dei parchi fluviali come struttura verde del paesaggio urbano, poi attuata con la politica dei parchi, si affermano anche in questo disegno paesistico fiorentino che prende forma in tempi più recenti e in un  contesto culturale dove è cresciuta una attenzione più consapevole alle richieste di qualità paesistica. Sono questi allora gli argomenti per un confronto interessante tra Firenze e Torino, da approfondire e certo da segnalare come un lavoro finalmente ‘in progress’ a livello nazionale.

A Torino, dove sono riconosciuti le politiche di “Torino Città d’acqua” e di “Corona verde” ed i livelli d’attuazione dei programmi per le aree fluviali si possono misurare sulle difficoltà oltre che sui successi, è interessante quanto dice Ermanno De Biaggi sulla necessità di incrementare la ricerca collegando strutture universitarie e regionali.

Ippolito Ostellino presenta, per l’area metropolitana torinese  interessata a nord da nuovi interventi infrastrutturali, il disegno della “Tangenziale Verde” intesa come proposta gestionale di una estesa area periferica in una certa misura ancora agricola; dove potrebbe così, entro variabili di sviluppo, essere mantenuto ed eventualmente formarsi quel connettivo verde di prati, boschetti, cascina... attraversato dagli affluenti del Po.

E si collega a questo anche l’intervento di Giovanna Codato e Elena Franco per presentare un progetto per Brandizzo, un ulteriore nodo paesistico della rete idrografica dell’area metropolitana torinese. Qui si affronta la compromissione del paesaggio di pianura, indotta dalle nuove strutture di attraversamento della Tav, come una nuova opportunità, risolta nella predisposizione di un piano del verde a scala comunale, capace di inserirsi in quel sistema del verde metropolitano che con “Corona verde” è in via di definizione.

 

Riunire per i due convegni contributi diversi, anche per volerli avvicinare alla situazione torinese che meglio conosciamo e che più ci impegna come area di ricerca, ci suggerisce di vederli come singoli punti significativi di un quadro conoscitivo che sappiamo certamente molto ampio. E sarebbe  possibile seguire a livello documentario, l’interesse portato al tema del paesaggio fluviale negli ultimi anni, quasi come una funzione continua con i suoi punti di massimo e minimo. Troviamo ad esempio una prima indicazione di questo interesse se riandiamo agli atti del Convegno Internazionale “The Landscape of Water” svolto a Madrid nell’ottobre ’86 3. Si tratta di tredici interventi (tra cui uno solo italiano, sulla situazione di Venezia) per la maggior parte di area spagnola, inglese e americana: modelli, discipline e scuole diverse; esperienze complesse e di lunga durata, come la vicenda della Tennessee Valley o invece casi specifici come la sistemazione della Thames Barrier o del canal Isabel a Madrid, e anche report di tendenze in atto, come appunto la rivalorizzazione dei waterfronts urbani, o l’analisi dei processi evolutivi dei paesaggi, meglio affrontati se le conoscenze scientifiche e tecnologiche non vengono disgiunte dalla capacità di riconoscere e rispondere ai valori sociali.

Sarebbe certo interessante riconoscere oggi confermate o meno le tendenze allora indicate, rivedere a vent’anni di distanza  la diffusione o meno delle impostazioni e dei modelli culturali di allora, conoscendo anche l’avanzamento dei casi di studio presentati (allora classificati, quasi come in una gara sportiva, con vittoria/ sconfitta/ pareggio: in quanto situazioni di successo o di difficoltà o ancora di incerta valutazione). E poiché sembra si possa ora per questa tematica dei paesaggi fluviali parlare in termini progressivi, allora non è forse un caso se possiamo sottolineare gli esempi che presentiamo come situazioni positive o quanto meno di soluzione probabile.

 

È oggi interessante la verifica delle possibilità per un preciso impegno progettuale per il paesaggio lungo le sponde fluviali, attuabile insieme con le sistemazioni idrauliche e le sistemazioni agricole.

Infatti lungo le fasce fluviali, nel disegno di un paesaggio diffuso e ramificato come la stessa rete idrografica - per quanto definito e confermato dal Piano per l’Assetto Idrogeologico - le sistemazioni idrauliche possono essere viste come fattori paesistici, qualora siano oggetto di una progettazione integrata.

Seguendo i tempi dell’acqua e della vicenda umana di fronte alla forza naturale dei fiumi, l’excursus storico tracciato da Virgilio Anselmo scandisce l’alternarsi secolare, entro culture interpretative diverse del rapporto tra uomo e natura, di atteggiamenti culturali e di impostazioni tecniche nell’impegno dell’opporsi, o invece dell’assecondare i processi della dinamica fluviale. Viene così meglio chiarito anche uno scenario attuale che dà evidenza alle ragioni per avvicinare sistemazioni idrauliche e sistemazioni paesistiche, considerate invece ancora così oppositive in anni non molto lontani.

Insieme al caso del Tamigi, - ci è stata presentato da Marco Battaggia l’esito paesistico di un importante intervento idraulico - altri esempi sono espliciti riguardo la possibilità di risolvere in termini paesistici le necessarie sistemazioni idrauliche da realizzare per la messa in sicurezza del corso d’acqua.

 

Così nell’area Parmense, dove gli affluenti del Po interessano un ambito territoriale ricco di preesistenze storiche e di potenzialità per la contemporaneità. A Parma, infatti, a monte della città, attorno ad un’opera idraulica si è generata una sperimentazione interessante per una progettazione integrata per il paesaggio fluviale.

Marco Belicchi si occupa della progettazione della cassa di espansione sul torrente Baganza funzionale, insieme con quella quasi ultimata sul torrente Parma, ad evitare il rischio di alluvioni in città, con simulazioni di soluzioni alternative sensibili e rispondenti degli esiti paesistici dell’opera.

Mentre la strategia progettuale minimale di Umberto Rovaldi ritrova la Strada Farnese lungo il torrente per proporre, con razionalità poetica, il fascino percettivo di questo percorso: l’esperienza di risalire dal Po, dai giardini della reggia di Colorno, di incontrare la città e arrivare ai boschi di Carrega, resa possibile da interventi che favoriscono un camminare e un ritrovarsi nel paesaggio.

 

A Vienna, la rivitalizzazione del fiume Liesing - un piccolo rivolo nella periferia, a tratti interrato prima dell’intervento - è il risultato convincente di un esperimento che può essere considerato un modello di rinaturalizzazione urbana da diversi punti di vista, indicati da Brigitte Hozang presentando il metodo interdisciplinare adottato e i suoi esiti efficaci.

 

L’agricoltura è componente paesistica importante lungo le fasce fluviali: le tre esperienze illustrate indicano l’agricoltura come fattore di paesaggi ripristinati e rinnovati e si inquadrano allora in quella che vorremmo chiamare ‘agro-selvicoltura paesistica’ 4.

Giovanni Sala descrivendo l’iter dell’iniziativa avviata dalla Regione Lombardia per le ‘dieci grandi foreste di pianura’ indica una risposta progettuale a quel depauperamento paesistico ambientale che ormai connota la pianura; con particolare attenzione ad alcune situazioni fluviali - vedi gli interventi per i paesaggi golenali in provincia di Cremona, per la forestazione del fondovalle valtellinese. A confronto con quel primo esempio di restauro ambientale - che era stato reso possibile all’isola Boschina sul Po, istituita riserva naturale dell’Azienda regionale delle foreste della Lombardia, d’intesa col Comune di Ostiglia e la Provincia di Mantova a metà degli anni 80 - l’iniziativa in corso indica l’avanzamento di una politica paesistica ricostruttiva, realisticamente impostata a livello comunale e provinciale.

Ai margini del Parco Sud, vicino a Pavia, Alberto Massa Saluzzo seguendo progetto e gestione di una riuscita riconversione - un paesaggio agricolo semplificato di seminativi prima, ora un paesaggio variato a elevata naturalità con siepi, filari, stagni, boschetti - propone un  interessante prototipo di agroselvicoltura paesistica, verificato anche nella contabilità in una grande azienda agricola.

Mentre Franca Deambrogio illustra una strategia di informazione e coinvolgimento di agricoltori ed altri operatori economici - lo Sportello “INFOFIUME” del Parco Fluviale del Po - per promuovere uno sviluppo sostenibile del territorio agricolo segnato dalla fascia del Po, tra Crescentino e Casale, tra colline e risaie.

Si tratta di esempi positivi - sia come indicazioni di  tendenza, sia per le prime attuazioni o già come realizzazioni più compiute - riguardo interventi per un ripristino paesistico di ambiti territoriali specifici, attuato appunto con misure e progetti di agroselvicoltura paesistica.

 

Come nota critica, l’intervento di Bruno Giau colloca queste esperienze nello scenario produttivo/politico della agricoltura comunitaria; fornendo quindi altre dimensioni, non a caso  affrontate come una ‘sfida per la progettazione, tra salvaguardia, sostenibilità e governo della trasformazioni’ proprio recentemente a Milano col Convegno su ‘Il sistema rurale’ organizzato dal Politecnico.

 

Dal punto di vista dell’architettura del paesaggio, il rapporto tra condizionamenti di mercato e valori ambientali era già stato messo a fuoco, come problematicità di fatto, e affrontato con prime proposte di piano, in una già lontana Conferenza internazionale sul futuro del paesaggio europeo, a Rotterdam, nel 1988, che qui vorrei segnalare. Organizzata dalla federazione internazionale degli architetti del paesaggio, ha infatti rappresentato, proprio all’avvio della riforma della Politica agraria comunitaria, un primo momento di discussione sul rapporto tra i caratteri paesistici persistenti del territorio europeo e le tipologie di sistemi agrocolturali in evoluzione, in una prospettiva di conservazione e sviluppo.

E sarebbe certo interessante rivedere oggi, a distanza di anni e proprio parallelamente agli sviluppi della PAC, con gli attuali livelli conoscitivi e interpretativi, quegli interrogativi e proposte già allora ben delineati osservando realtà e proiezioni del fenomeno del ‘changing agricolture, changing landscapes’ che ci interessa. Il dialogo tra le ragioni della economia agraria e le ragioni del paesaggio, che dovrebbe evidentemente continuare ben oltre l’occasione di incontro del nostro Convegno, vale a chiarire, nell’orizzonte europeo, lo scenario reale anche del nostro lavoro paesistico a scala locale.

 

1 Traduzione italiana di “The Living Landscape an Ecologial Approach to Landscape Planning”, 1992.

2 Abbiamo documentato l’attenzione progettuale di Michelucci proprio per l’area dei Renai, nel precedente volume Archivi di paesaggio, Milano, 2004.

3 Raccolti in Landscape and Urban Planning, 1988, vol 16-1, Special Issue).

4 Parafrasando Lassini che scrive di ‘selvicoltura paesistica’ in ‘Paesaggio culturale e biodiversità’ a cura di Rita Colantonio Venturelli e Felix Mùller, 2003, Firenze.


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